





Sulle rotte dei migranti il bello non c’è. Ci sono solo dolore e morte. Dall’inizio del 2026 a metà maggio, in Italia sulla rotta del Mediterraneo sono stati registrati 9.116 sbarchi e 822 morti.
I migranti, prima di imbarcarsi su una carretta del mare, si agitano in un profondo groviglio di emozioni, calcoli disperati, paura e speranze. La mente del migrante è sospesa tra il terrore del presente e la speranza di un futuro migliore. Per chi fugge da guerre, persecuzioni o miseria assoluta il pericolo del viaggio (il deserto, il mare, i trafficanti) è inferiore al pericolo di rimanere nella propria terra. E’ il momento in cui la speranza diventa l’unico carburante per restare in vita.
E’ una scelta di pura sopravvivenza.
“Nessuno mette i propri figli su una barca a meno che l’acqua non sia più sicura della terraferma” (Warsan Shire, poetessa somala).

I propri figli, appunto.
«Caro Marwan, dammi la mano. La fiducia che riponi in me mi strazia. Perché questa notte riesco solo a pensare quanto è profondo il mare, quanto è vasto e indifferente. E come sono impotente io, incapace di proteggerti. Non posso fare altro che pregare…. Marwan, tua madre è qui con noi questa notte, su questa spiaggia fredda, illuminata dalla luna, tra bambini che piangono e donne che si lamentano in lingue che non conosciamo… Aspettiamo tutti con impazienza il sorgere del sole, eppure il pensiero di quel momento ci riempie di terrore…. Inshallah.» (Khaled Hosseini, da “La preghiera del mare”).
Se il piccolo Marwan fosse nostro figlio o il nostro nipotino, e ci trovassimo con lui su una spiaggia sconosciuta e fredda in attesa di salire su un barcone colabrodo, come ci sentiremmo? Pensiamo mai a quante volte la notizia di un piccolo migrante morto in mare ci ha lasciati indifferenti?

Quando il migrante scende a terra è spaesato. Si ritrova in un “non-luogo” dove il passato è diventato inaccessibile e il futuro è sospeso. Non può esprimersi nella propria lingua e il suo corpo conserva la memoria di ciò che ha subito e di ciò che ha visto.
In quel momento l’unica cosa da fare sarebbe aiutarlo, fargli sentire che non è solo e consentirgli di appropriarsi dello spazio fisico attorno a sé, che è il primo passo per riappropriarsi della propria vita.
Bisognerebbe tranquillizzarlo, non gridargli contro o dimostrargli insofferenza, portarlo in un luogo tranquillo e accogliente, e poi gradualmente fargli conoscere un parco, un bar, spiegargli dove si trova, e come in quel posto si vive, istruirlo e regalargli un sorriso, che è il messaggio che tutti capiscono anche quando non si parla la stessa lingua.


E invece lo si rinchiude in un Centro Per il Rimpatrio (CPR), in stato di detenzione amministrativa, in attesa che sia identificato e rimpatriato.



L’associazione Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), il 28 gennaio 2026, a Roma nella sala Nassirya del Senato, ha presentato un rapporto in cui denuncia, attraverso la testimonianza di alcuni rinchiusi, che i CPR sono luoghi disumani che producono sistematicamente sofferenza e compromissione della salute. «Non c’è cibo perché quello che portano è scaduto. Se chiedi un medico non ti ascoltano finché o cadi per terra morto o accendi il fuoco. Sono qui da 10 mesi! Sai quante cose si possono fare in 10 mesi… Qui non facciamo niente. Niente. Ogni giorno qualcuno si taglia, perché non ce la fa più». Sono «elementi— conclude il TAI — di un sistema che rende la detenzione amministrativa incompatibile con il rispetto della dignità umana. Chiediamo che i CPR vengano eliminati».
Nei CPR i migranti non possono avere contatti con l’esterno, gli vengono sequestrati i telefonini e sono imbottiti di psicofarmaci per sedarli ed evitare che si ribellino. La legge consente una permanenza massima di diciotto mesi, ma la durata effettiva dipende dalla identificazione ed organizzazione del rimpatrio, condizioni spesso irrealizzabili, che portano alla liberazione anticipata del migrante.
Catapultato fuori e lasciato solo in un mondo a lui estraneo, per sopravvivere il malcapitato entra nella rete della criminalità organizzata. E viene assegnato prima ai semafori, poi al lavoro nei campi e infine “promosso” alle attività criminali nelle città.



E’ la storia di un dolore quotidiano, il trauma vissuto da un’umanità avvolta nella notte dell’odio. Non possiamo far finta di non sapere e siamo stanchi di ascoltare i buoni propositi dei comizi elettorali. I governanti del mondo mettano in pausa la fabbrica delle belle parole e intervengano con i fatti per risolvere questo vergognoso e insostenibile problema.
In alto nella copertina: Monumento alla madre del migrante, realizzata dallo scultore Ramòn Muriedas. Si trova a Gijòn, nella regione delle Asturie, in Spagna, su un promontorio affacciato sul Mar Cantabrico.

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